miércoles, 3 de junio de 2026

HÁBITO PRENDE FORMA

 

Ya podemos anunciarlo. En marzo del próximo año, gracias a la perseverancia, la lectura fina y el infatigable trabajo editorial de la doctora Silvina Palumbo, Hábito aparecerá en una connotada editorial romana. Un libro que ha ido tomando forma en tránsito, entre una serie de desplazamientos y decisiones de escritura que procuraron sostener una intensidad de lectura y de mundo. No se trata de una recopilación ni de una obra concluida en sentido clásico, sino de un cuerpo textual que insiste, que se recompone, y que encuentra en este gesto editorial su punto de fijación provisional.

Aquí un adelanto.


OBITUARIO IN TERZA PERSONA (ANTICIPAZIONE)

Il passato che ci gira attorno è più buio
del futuro spinto su per una rampa,
tirata insieme con assi sopra ogni istante
trascorso, per levarci di torno
ciò che per un po’ fu vita.

La storia non ebbe tempo d’essere giusta.

Maurizio Medo è morto. L’ho ammazzato in terza
persona, sciolto dall’errata rifilata
da certi insigni umanisti castigliani.
Senza nessuno che mi dia contro,
né chi rompa il cazzo per difenderlo.
Né invidiato né invidioso, nell’anno XXIV
di questo secolo postumano
«senza realtà» [nella Realtà].

Che adesso la sua assenza sia un motivo.
Proviamo un racconto asimmetrico, in cui
i ricordi riappaiano tradotti
con l’aura di quella qualità
che interpreta gli eventi come un guasto
nell’algoritmo che il Destino s’era montato,
finché la vita, con la sua storia bastarda,
anche quando si assottiglia, torni a farsi
un evento inatteso.

I mille — e uno — tentativi falliti
per comporre l’obituario mostrarono che,
nelle sue diverse versioni, le azioni di Medo
qualcosa significarono. Anche per me.

Nel secolo XX noi antichi chiamavamo così
ciò che, per qualcuno, in qualche momento,
pareva rivelare un «senso etico», perfino
contro le norme teologali tirate su
per celebrare una domenica bisestile,
secondo ciò che una volta credemmo vero.

Io voglio solo il presente.

Consegnamelo con l’urgenza d’una premonizione
per cui saresti pronta a morire accanto a me.
Nel secolo XX lo chiamavamo «promessa».

Non sto evocando parole venute a caso, prese
da una strofa d’antica pavana in un saggio
paleografico; tengo appena quelle che sanno
rimettere il mondo in movimento,
senza un Bitcoin — o con una chiamata
all’inferno.

Medo non fu qualcuno col lustro
che potrebbe evocare il monumento
su cui cagano i cormorani in volo
sopra il Parco Raimondi.

La fama è il sole dei morti. Fa il suo mestiere.
Non significa: abbaglia, traendo lume
da sentimenti sì intimi che l’infinito
si disvela qual ritornello che il fanciullo smarrito
va cantando in cerca della via di casa,
solo dinanzi al buio.

Forse per questo non riesco a chiudere
il testo finale, dietro al passo storto
d’una sequenza sinecdotica. Non è
per mancanza d’un gentilizio, bensì
per l’oscenità che s’annida nella favola
d’un treno zingaro, sporco e malmesso — quella
che non vorremmo leggere, eppure
per cui faremmo di tutto pur d’udire
qualcosa di nuovo. No, Medo non tornerà.

Il futuro avrebbe dovuto cominciare
già da un pezzo.

Allora nessuno dei nostri poeti lo sapeva:

i più giovani armeggiavano nel rito, gettando
i rami d’achillea, nella speranza
d’un esagramma propizio.

La scienza spiega quest’eccesso di profezie
come risposta al timore che suscita
l’esito di ciò che ancora ci sfugge. Dei timori
non si fa ideologia — mica cazzi. La fama
è roba per pochi e arriva sempre troppo tardi,
quando anche le attese si spensero pian piano.

Forse fu nell’ora in cui le dimenticammo,
senza sapere se mai s’avverarono
o se furono appena germogli d’ansia.

 

 

L’assenza del futuro

Il ricordo accelerò sempre più il passo,
senza darci tempo per mettere a posto dettagli
né per immaginare davvero la scena del decorso
che nessuno aveva previsto.

Tutti facevamo parte dello sfondo, in qualche modo.

A volte solo un lieve lamento
si è dimenticato quasi subito della sua origine.
Altre volte un sospiro così profondo
che il vento non sapeva se andare avanti
o restare fermo come una musica
ripetuta per secoli,
dove gli antichi eroi ancora brillano,
senza una storia che li regga davvero.

Una specie di costellazione di presenze
tenuta insieme da una grazia rituale, così, appena.

Ciò che si ricorda è ciò che non c’è.
La scrittura, in fondo, legittima l’oblio.
Forse sarebbe meglio non scrivere proprio.

Tre palestinesi si sono nascosti
dietro un vecchio materasso, così, senza altro.

Forse la storia ha devastato le parole,
e quello che abbiamo sono solo resti, pezzi.

Il poema mostra qualcosa di ciò che si sarebbe potuto dire.
È un fine in sé, e basta.

Le cose forse funzionano così
quando l’attenzione si distrae un momento
in un presente dove nessun sogno compare
se non proprio l’assenza del futuro.

Non ti colpisce che la poesia
suoni come un imperfetto del passato?

C’è qualcosa di reale che sembra dirlo, sì:
il fantasma dell’averlo confessato,
mentre la storia va avanti un po’ allo sbando,
con la velocità di branchi di lupi
che inseguono i cervi senza troppa precisione.

E allora dirai: cosa sto facendo a dettare
lunghe sessioni di scrittura creativa,
invece di sistemare i miei chakra
in qualche programma di salute alternativa,
prima che arrivino disturbi depressivi
nel reggere questa richiesta un po’ isterica
ossessionata dallo scrivere.

L’ho detto chiaramente: non posso.
La poesia serve a perdersi dentro di sé.

Senza pensare che poi qualcuno
voleva usare quei testi per il curriculum.

Bisognerebbe ascoltare meglio le pietre, forse.

Vuoi politicizzare adesso l’allegoria?
Può anche darsi che sia un processo falso,
ma più vero di pensarlo
come una forma chiusa di poema
da cui esercitare un diritto alla protesta.

Da quel punto lì non si trova uno spazio comune,
per una piccola differenza di tempo.

Bisognerebbe cercare un’altra forma
di stare fuori, di alienarsi.

La mistica, per esempio, dice una cosa semplice:
la dignità del presente,
senza sacrificare la vita futura.

Non come speranza, non come minidramma
con aria di tragedia nazionale.

Nei film l’alba
ci dice sempre che andrà tutto bene.

Oggi però non significa quasi più niente.

Il domani cambia il senso delle cose.

Quando guardi indietro, il passato c’è sempre.
Non è ancora sparito del tutto.

Ti parla con margini che cadono
in orridi di segni e asterischi.

Cosa si fa con niente altro, per una vita
fuori dalla dimensione dell’io?

La giustizia sta da un’altra parte.
Qui ci sono solo leggi.

Se riesci a sopportarlo, bene così:
sei ancora contemporaneo.

 

 

Il futuro non sta attento

Dicono che, nella città, salvo per
quel debole furore dell’orgoglio civico,
la spirale dei prezzi e poche parole che contano,
dopo il Big Bang, l’universo non fu poi così complicato.

Non accadde niente di interessante, proprio niente,
in tredici miliardi di anni che non finiscono mai.

Ciò che esiste sta in piedi su vuoti,
su assenze che fanno finta di dire qualcosa,
per rendere possibile una specie di speranza, così.

—Sarebbe necessario ricostruire i luoghi turistici
y volverlos más sostenibles— mi interrompono, sempre.

La vicina esce in camicia da notte senza pensarci troppo,
stende i calzoncini del marito sul filo, con calma,
come chi porta una reliquia che non serve più a niente
dell’anno 12 che ormai non promette più nulla.

Mi guarda con una certa ostilità trattenuta.
Io le restituisco il gesto, uguale, un po’ sporco anche lui,
mentre penso a quali fiori possano ancora uscire
da questo limite assurdo dell’irrigazione.

C’è una gardenia cresciuta così, all’improvviso,
senza che nessuno la chiamasse davvero.

Credevamo venisse fuori un ramo morbido, quasi docile,
ma ci è mancato il fiume, il suo passaggio vero,
e anche l’arte antica di tenere insieme le greggi
su un terreno che ora è solo attraversato dai droni.

Devono essere stati uccelli, o qualcosa del genere.

Un drone fa 75 decibel dentro le nostre giornate,
entra senza chiedere permesso nelle vite segrete.
Intanto l’erba cresce lo stesso, ma sempre in salita.

Dall’altra parte della strada un vecchio atleta cammina,
dopo essersi ritirato anche dal suo stesso corpo.

Pensa che non accadrà più niente, forse,
salvo quel segnale minimo dell’estrema unzione.

Si dimentica scarpe strane, una nota a piè di pagina,
una leggenda dove lui e la vicina quasi si toccano,
senza mai capire bene come si evita la vergogna
quando una storia diventa già qualcos’altro.

Il pettegolezzo non si conferma mai davvero.

Le notizie sono più fugaci di noi, lo sai,
Snowden, i venti di equinozio, Q.1.1, le Kardashian,
tutto dentro un’altra telenovela che non finisce.

Su internet funziona sempre allo stesso modo:
i dati durano pochissimo, poi spariscono subito,
schiacciati da una marea di altre cose che arrivano,
in cui tutto sembra possibile e il futuro si cancella piano.

Non si riesce neanche a verificare quell’idea
che girava attorno alla zucca, che non era un fiume,
mentre si accendeva il tagliaerba, così, senza senso,
e si pensava a un pantoum, rubato ai francesi.

L’idea poi si perde, non torna più davvero.
Forse era troppo, forse era fuori posto,
come gli alberi o gli edifici che stanno lì e basta.

La mitología se acerca más a lo que sto pensando,
lo direi anche davanti a una Camera Gesell, senza emozione,
lontano da mindfulness, feng shui, terapie familiari,
e da una città che ormai non ricordo quasi più.

Pensavo a questo quando i cani hanno cominciato ad abbaiare.

Io sono un uomo che irriga, non come Ámpelo,
anzi peggio di chiunque altro, così, senza gloria,
tra ore di dettatura e altre cose già programmate,
prima che il tempo, con il suo metabolismo strano,
mi obblighi a cambiare ancora velocità.

—Dall’anonimato medievale i testi non erano beni, erano azioni.
Poi ho dovuto dire che la scrittura mette confini
ma poi li attraversa sempre, senza chiedere.
È una forma che, come in certi racconti di fantascienza,
cambia significato mentre la stai guardando.

È uno sfasamento continuo, in un presente che non è di tutti.

Tra gli indigeni chuukesi rubare è permesso, è potere.
Lo scritto resta senza parole dopo aver perso tutto,
e registra quella perdita come fosse un’altra realtà,
non come merce, non come attrazione da nicchia.

Forse succede durante una colazione qualsiasi,
quando le notizie della Terra ti fanno capire
che non ci sarà nessun altro pianeta dopo questo.

Ora che l’homo sapiens è solo un algoritmo stanco,
dovrei guardare la gardenia invece di tutto il resto,
non quelli che appaiono in aula come pubblicità vivente,
con la vita già espropriata dalle reti che non guardano.

Per questo mi è impossibile dire davvero ciò che scrivo
senza un doppio che mi tenga le parti pericolose,
quelle che arrivano da dentro e nessuno vuole chiamare Io.

—Che diciamo al Dio della morte?
—Oggi no.

Chi parla, alla fine, in questo passaggio fragile?

La gardenia è solo un arbusto sotto la pioggia,
in un giardino che non esisterà mai la prossima primavera.

La pedicure si immagina maestra di astronauti futuri,
il vicino con la kufiya al FanFest, così, senza ruolo,
e lei che tenta di salvare un amore in una stanza sporca.

Nessuno riesce davvero ad ascoltare niente.

Fuori tutto è business di immagini senza peso,
turisti, Artemis, NFT, forme nuove del vuoto.

Il futuro non sta attento, proprio no.

Cuando Clyde Barrow cantò Siboney in prigione,
Bonnie Parker disse che sarebbero caduti insieme.

—Io sono Nessuno—grida Ulisse dentro il suo rumore,
e le sirene restano solo un canto senza corpo.




mindfulness (contra la muerte)

 

TERAPIA 1:


OBITUARIO EN TERCERA PERSONA (ANTICIPACIÓN)

 

El pasado que nos rodea es más oscuro
que el futuro impelido en una rampa
improvisada con tablones sobre cada
momento transcurrido hasta librarnos
de todo lo que alguna vez fue.


La historia no tuvo tiempo para ser justa.


Maurizio Medo ha muerto. Lo maté en tercera
persona, libre de la errata facturada por insignes
humanistas castellanos. Sin nadie que abogue
por él dándome la contra. Ni envidiado ni envidioso
en el año XXIV de este siglo posthumano
«sin realidad» [en la Realidad]

Que su ausencia ahora sea un motivo.
Ensayemos un relato asimétrico en
el que los recuerdos reaparezcan
traducidos con el aura de esa cualidad
que interpreta los eventos como una
alteración del algoritmo que el Destino
había programado hasta que la vida,
con su narrativa apasionante,
aun cuando mengüe, vuelva a convertirse
en un evento inesperado.

 

Los mil (y un) intentos fallidos para la composición
del obituario revelaron que, en sus diversas versiones,
las acciones de Medo significaron. También para mí.

En el siglo XX los antiguos nos referíamos a ello como
algo que, para alguien, en algún momento, revelaba
un «sentido ético», aun en contra de las normas
teologales establecidas para la celebración
de un domingo bisiesto en función
de lo que una vez creímos verdadero.

Yo solo quiero el presente.

 

Entrégamelo con la emergencia de una premonición
por la que estarías dispuesta a morir al lado mío.
En el siglo XX lo llamábamos «promesa».

No estoy evocando palabras aleatorias de la estrofa
de una antigua pavana en un ensayo paleográfico,
rescato solo las que son capaces de poner al mundo
en movimiento sin un Bitcoin o con una llamada
al infierno.


Medo no fue alguien con el lustre que podría
evocar el monumento sobre el que cagan
las gaviotas que sobrevuelan el Parque Raimondi.

La fama es el sol de los muertos. Es un efecto.
No significa, encandila inspirándose en sentimientos
tan íntimos que lo infinito se revela
como el estribillo que el niño perdido canta
buscando el camino a casa,
solo ante la oscuridad.

Tal vez por ello no consigo cerrar el texto final
manteniendo la lógica exigida en una secuencia
sinecdótica. No es por la falta de un gentilicio,
sí por la obscenidad que se esconde en la fábula
de un sucio tren de gitanos, ésa que no queremos leer,
pero por la que haríamos cualquier cosa con tal oír
y enterarnos de algo nuevo. No, Medo no volverá.


El futuro tendría que haber comenzado hace mucho tiempo.

Entonces ninguno de nuestros poetas lo sabía:

los más jóvenes rituaban lanzando las varillas de aquilea
con la idea de obtener un hexagrama promisorio.

La ciencia explica este exceso de profecías como
una respuesta ante el temor que suscita el desenlace
de lo que se ignora. No se puede hacer de los miedos
una ideología. La fama sólo es para unos cuántos y llega
mucho después que se apagaron nuestras expectativas.

 

Quizá cuando las olvidamos sin saber
si alguna vez se cumplieron
o fueron brotes de ansiedad.




DESPUÉS DEL FUTURO


El recuerdo aceleró cada vez más el paso
sin dejarnos tiempo para disponer detalles
ni sugerir la escena del decorado
que nadie imaginó.

Todos formábamos parte del fondo.

A veces sólo un leve lamento
prefirió olvidar su origen primero.
Otras veces un suspiro tan hondo
que el viento dudó si debía seguir
o aparecer apenas como una melodía

repetida durante varios siglos,
en la que los héroes antiguos aún fulgen
sin historia que los sostenga,
constelación de presencias
modulada por cierta gracia ritual.

Lo que se recuerda es lo que no está.
La escritura legitima el olvido.
Será mejor entonces no escribir.

Tres palestinos se ocultaron
detrás de un viejo colchón.

Quizá las fuerzas de la historia devastaron palabras;
lo que tenemos hoy son apenas sus restos.

El poema muestra algo de lo que pudo decirse.
Es un fin en sí mismo.

Tal vez así devienen todas las cosas
cuando tu atención se distrae un momento
en un presente donde ningún sueño aparece
salvo la ausencia del futuro.

¿No te llama la atención que poesía
suene a pretérito imperfecto?

Hay algo real que parece confirmarlo:
el fantasma de haberlo confesado,
mientras la historia pervive al desgaire
con la velocidad de manadas de lobos
que dan caza a los cérvidos.

¿Y entonces dirás qué hago dictando
largas sesiones de escritura creativa
en lugar de alinear mis propios chakras

en programas de salud alternativa
antes de que lleguen trastornos depresivos
al resistir la demanda histérica

obsesionada con escribir,
después de advertirles claramente:

no puedo; la finalidad de un poema
es perderse en sí mismo.

Sin imaginar que ellos pensaron usar
esos textos para engrosar currículums.

Habría que escuchar mejor a las piedras.

¿Vas a politizar ahora la alegoría?

Tal vez se trate de un proceso falso,
pero más verdadero que pensarlo
bajo la forma estricta de un poema

y ejercer desde allí nuestro derecho
a la protesta.

Quiero decir que desde ese lugar
no es posible hallar espacio común
por una pequeña diferencia de tiempo.

Habría que buscar otra forma
de alienarse.

La mística, por ejemplo, afirma
la dignidad del presente
sin sacrificar la vida futura,

no como esperanza ni minidrama
vivido con ribetes de tragedia nacional.

En las películas el amanecer
nos dice que todo estará bien.

Hoy ya no significa absolutamente nada.
El mañana alterará su sentido.

Cuando miras atrás siempre está el pasado.
No se ha desvanecido todavía.

Te habla con márgenes precipitándose
en orvallos de signos y asteriscos.

¿Qué hacer con nada más para una vida
ajena a la dimensión del yo?

La justicia se encuentra en otro mundo.
En este lo que hay son leyes.

Si puedes soportarlo, qué bueno
que seas todavía contemporáneo.


FUTURO DISTRAÍDO

Dicen que, en la ciudad, salvo por
el débil furor del orgullo cívico,
la espiral inflacionaria, y unas pocas
palabras importantes, después del Big Bang,
el universo no fue muy complicado.

No ocurrió nada interesante
en 13 000 millones de años.

Lo que existe es posible sobre la base
de una serie de ausencias que evocan
lo que no ha sucedido con tal de
legitimar la esperanza.

—Habría que reconstruir los lugares turísticos
y volverlos más sostenibles—me interrumpen.

La vecina salió en camisa de dormir
a tender en el cordel los calzoncillos
del marido, después de llevarlos delicadamente,
como quien porta consigo una reliquia
del año 12 que ya no corresponde
con lo que él hoy pudo haber prometido.

Por ello me mira con cierta hostilidad.
Le devuelvo el gesto, igual de punitivo,
pero pensando en qué capullos florearan
de acuerdo con lo que dicta
el umbral de riego.

Hay una gardenia crecida al improviso.

Creímos que brotaría un molle, aunque
nos cueste admitirlo, nos faltó el cauce
de un río y faenar bien los rebaños
en el terreno que ahora sobrevuelan
los drones.

Debieron ser pájaros.

Un dron produce 75 decibeles de sonido
y accede a nuestras vidas secretas.
Mientras, la hierba crece cuesta arriba.

En la otra acera un antiguo deportista
camina después de haberse jubilado
pensando que, salvo por la señal
de extremaunción, no le ocurrirá nada.

Tal vez por ello olvidó esos extraños zapatos
de baile sobre una nota al pie de otra versión
de la leyenda, en la que se rumora que él
y la vecina tuvieron un romance, sin saber
bien cómo atenuar la deshonra
después de tal apostasía.

El rumor no pudo confirmarse.

Las noticias son más fugaces que nosotros,
no sólo las concernientes a la nueva nacionalidad
de Snowden, los vientos de equinoccio,
el sub linaje Q.1.1, las Kardashian
o aquellas del clan Baybasin,
en otra telenovela.

En la internet también funciona así.

Los datos duran unos cuantos minutos
antes de desaparecer, aplastados por
una vertiginosa marea de nuevos estímulos
en los cuales «todo es posible» pensando
en la paulatina cancelación del futuro.

Tampoco se pudo corroborar la idea
que corcovaba menguante alrededor
de la zánora, no era un río,
al momento de encender el cortacésped,
imaginando un pantoum, esa forma de verso
malayo que un día usurparon los franceses.

Aunque la idea amagara ya no la recuerdo.
Quizá fue sobrestimada, sin un lugar,
como el que ocupan los árboles
y los edificios.

La mitología se acerca más a lo que estoy pensando,
podría confesarlo incluso ante el visor
de una Cámara Gesell, sin la menor emoción,
lejos del mindfulness, el feng shui,
las terapias de familia, y también
de una ciudad que ya no recuerdo.

Pensaba en ello cuando los perros
comenzaron ladrar.

Yo soy un hombre que riega, no como
Ámpelo, peor que otro cualquiera,
en tanto cumplo con las horas de dictado
en medio de otras tareas planeadas
antes que el metabolismo del tiempo,
debido al modo en que vino aconteciendo,
me imponga otra velocidad
al enfrentar su antítesis.

—Desde el anonimato medieval los textos
no constituían bienes, eran acciones.

Debí decir, aclarando después que,
si bien la escritura plantea delimitar
fronteras, después las trasgrede.

Escritura es un tipo de expresión que,
como en ciertos relatos de ciencia ficción,
asume significados diferentes.

Es un destiempo que transcurre
en un presente que no es el de todos.
Entre los indios chuukeses robar
está permitido. Es una muestra de poder.

El de un escrito es quedarse sin palabras,
después de haberse reapropiado de todas
las que habíamos perdido, siendo capaz
de registrar esa pérdida como otra noción
de la realidad o un nuevo flujo
de conciencia, y no como el centro de atracción
en un nicho rentable, debido a la corazonada
que alguien precisa encontrar esa oferta.

Quizá durante un desayuno,
una vez que las noticias de la Tierra
le hagan comprender que
ya no tendrá otro planeta.

Ahora que el homo sapiens es un algoritmo obsoleto,
debería concentrar mi atención en atender
a la gardenia, y no a quienes aparecen en clase
como objetos de su propia publicidad,
con la experiencia expropiada para el disfrute
de las redes sociales en un auditorio
que no consigue verse a sí mismo,
por ello me resulta imposible comentar algo
sobre lo que estoy escribiendo
sin el socorro de un doble, contratado
para las escenas de peligro, especialmente
para aquellas que devienen desde una voz interior
y que nadie se atreve
a reconocer como Yo.

—¿Qué le decimos al Dios de la muerte?

—Hoy no.

¿Importa quién habla?

—La gardenia es una planta arbustiva.

Sus flores crecen en el ápice de las ramas
bajo el aroma de la lluvia en un jardín
que no existirá hasta la primavera próxima.

La pedicurista se imagina como la maestra
de futuros astronautas en un lugar
en el cual dios podría estar disponible;
el vecino con una kufiya
en la celebración del FanFest;
y ella en redimir su romance
en una mugrosa habitación ninfoléptica.

Nadie podrá ser escuchado.

Afuera el negocio tiene que ver
con el mundo onírico de un grupo
de turistas vestidos con camisas hawaianas;
equipos de póker seleccionados
para el programa Artemis;
la subasta de una foto en miles
de tokens no fungibles.

El futuro distrae, jamás advierte.

Cuando Clyde Barrow insistió en cantar
Siboney en la prisión de Eastham,
Bonnie Parker pudo decir:

un día de estos, caerán codo con codo.

—Yo soy Nadie —gritó Ulises
salvándose de ser devorado.

Las sirenas eran sólo un rumor.

No fueron otra cosa que canto.

38

 

 

 


 



viernes, 29 de mayo de 2026

TEASER: SONIA BUENO: DE PLANCTON (RIL EDITORES, 2026)

 





[la tapa del portamonedas hace clic. sonido entreabierto esboza]

 

velo gris. mosaico de huesos. imágenes. des     encajadas por la       pinza de cristal                         esquirlas

de un nombre veda casi. donde linda el rifle

 

[a doscientos veinte metros de la farmacia / la casa la penumbra la pulpa culpable del sol / estrujan     sobre una mesa]

 

pájaros encanecidos

pasan las hojas negras del álbum    

de los silencios

 

...»una sonrisa     —el uniforme de las enfermeras

 

          ...sentadas en una barca. abraza la más joven la cesta del almuerzo. así fuera la urna de sus cenizas

 

[en la oscuridad del mostrador fulge como un diente la última moneda]

 

———

 

gatillo oblicuo de la luz al roedor de sombras

temporada de caza. en cada gesto






trenza la huida entraña de plancton —el regazo

vacío nutre     :alijo de escamas costumbres anfibias                

 

boquea

 

en cada bautismo los labios bien abiertos desde otro rostro

 

lunes, 25 de mayo de 2026

FEDERICO EISNER SAGÜÉS, PARA UNA POÉTICA DE LA REPETICIÓN DE FELIPE CUSSEN

 



 




Lo primera que quisiera destacar es el arte de crear un buen título. Algo en lo cual Felipe Cussen tiene una vasta experiencia como el gran artista pop y medieval que él es. Entre muchos otros libros y discos podemos mencionar: ¿Por qué es bueno copiar cien veces una misma frase en el pizarrón?; Opinología; Poemas como partituras; De cuando un flautista dulce se encontró con un libro de poesía neobarroca y otras muchas cosas dignas de saberse; Quise grabar un disco de poesía sonora, pero me salió música electrónica; No lo vi venir; The joy of rain; y uno de mis favoritos entre sus títulos y sus trabajos, su disco Quick Faith). Este talento titulador, esta vez es ratificado incluso (o casi) sin apelar a su habitual ironía y sarcasmo. Y es que una poética es siempre relevante, porque no solo es el manual, que en cierto modo este libro también lo es y muy valioso, sino que porque la poética obliga explicar la intención profunda detrás de aquello postulado. El sentido profundo y lo importante de la cruzada de muchos años de Felipe, y lo importante que es para él intentar explicar qué es aquello que hace poesía a la poesía, incluso y sobre todo en los límites más externos de sus pequeños exoplanetas que dibujan órbitas cruzadas y viven tranquilos en el frío del aburrimiento eterno, pero cuya presencia gravitacional no es menos cierta. Creo que eso está presente en este libro hasta para quienes no conozcan personalmente al autor y su trayectoria como artista e investigador.

 

Me parece fundamental la expansión de la idea de repetición que propone Felipe. Repetir puede ser muchas cosas que quizás a primera vista no lo parezcan literalmente. A modo de ejemplo. El valor que ofrece el capítulo 5 “Calidad versus cantidad”, radica en hacernos notar las semejanzas y distancias en cuanto a la repetición y la apropiación de dos movimientos profundamente rupturistas de la poesía experimental, la poesía concreta y el conceptualismo norteamericano, para comprender que cada movimiento tiene búsquedas y recepciones distintas, y que frente a procedimientos similares, su lectura puede ser muy divergente.

 

Destaco también el análisis de ciertos procedimientos de Parra, entrando en el detalle de lo que este poeta hizo como gesto rupturista desde su aparente simplismo y desparpajo. Cussen se salta por completo las controversias sobre la figura de Parra, que tienden muchas veces más a hablar de su trabajo desde aspectos más bien de la guerrilla literaria que de lo que verdaderamente aportó. ”La potencia de sus operaciones no se basa en la provocación, la parodia o el humor socarrón al que están acostumbrados los fans de Parra, sino más bien en lo contrario. Su oferta es plana y escueta: esto es lo que hay, nada más”, señala Cussen para comprender, por ejemplo, la acumulación de frases hechas y lugares comunes puestos en un mismo poema, trasladando tempranamente la tarea creativa al lector, algo que en las décadas siguientes nos parece casi una obviedad.

 

Otro de los aspectos que Felipe releva, quizás de los más importantes para él en este libro, es cómo la repetición y la apropiación se han desarrollado a partir de la era digital. Y lo que más me resuena de todos los casos que expone es el nítido corolario de que los medios digitales no son una forma perfecta de repetición, sin embargo en nuestra cotidianeidad solemos  olvidarlo y dar por hecho el copy paste como casi como una verdad con fuerza probatoria. Esto es algo en lo que el autor abunda y se detiene en el capítulo 7 sobre Juan Luis Martínez y Tan Lin.

 

En algunos capítulos podemos preguntarnos qué tienen que ver los casos expuestos con el problema de la repetición. Como en el capítulo 8, sobre el horror. Allí los casos a primera vista son casos de apropiación que no son tan reiterativos como otros. Cabe preguntarse livianamente qué es lo que allí se repite? Pero si entendemos la repetición no solo diacrónicamente, sino que, de forma sincrónica como una acumulación, entonces el efecto es distinto para comprender mejor quizás todo lo que repetimos como sociedad en el día a día, en todo momento. Porque la repetición familiariza el horror, y de pronto todo este ejercicio aparentemente falto de talento, algo tonto y despreocupado, es políticamente mucho más frontal y potente que toda la internacional panfletaria.

 

En el capítulo 10, sobre el trabajo de Karl Holmqvist y Anne-James Chaton, Cussen señala que: “Los efectos que provocan a nivel de percepción visual o auditiva son, evidentemente, muy distintos de los que provoca la lectura de un poema convencional. La insistencia y el rigor con que han indagado en estas prácticas nos obliga a leer estos procedimientos más allá de una mera provocación: nos obligan a replantear nuestras expectativas frente al lenguaje.” Cito este pasaje, porque este es otro de los aspectos que el libro releva y que permite ampliar y hacia donde se puede extender y proyectar más aún la investigación. En las expectativas yace quizás el más importante efecto o juego de la repetición. Vale preguntarse, ¿qué es lo que internalizamos como lectores/auditores y cuán conscientes somos de esa internalización?

Porque como afirma Cussen respecto de los casos de Holmqvist y Chaton, la estrategia está

centrada “precisamente en combatir al enemigo con las mismas armas alienantes de la repetición. Aunque pueda parecer irónico, paradójico o quizás inútil, los loops son su forma de resistir a esta avalancha y provocar una liberación. La descontextualización y desestructuración del lenguaje gastado mediante estas repeticiones les permite ofrecerlos a sus lectores como si fueran palabras nuevas, que pueden interpretar como deseen.”

 

Y es que lo que cambia es a veces solo nuestra percepción en la medida que somos capaces de entregarnos a ese aburrimiento desaburrido (o aburrimiento interesante que persigue Tan Lin) que implica preocuparse más por el ambiente que por la cosa en sí, dar de baja las expectativas sobre el lenguaje y sobre nuestra importancia como sujetos únicos e irrepetibles. Ya que siempre hemos sabido que no lo somos, por mucho que nos resistamos a ello.

 

En consecuencia, con todo lo dicho, hay un sentido de riesgo en el libro mismo. Lo que se deja como tarea al lector no es poco. Unir casos y puntos inconexos, terminar de tejerlos, darle sentido al aburrimiento y a la saturación en la que vivimos. Porque la repetición nos refriega en la cara los exasperantes lugares comunes de la poesía (y de nuestra vida), como dice Duchamp o Tan Lin (¿importa a quién pertenecen las palabras?), la condena de que siempre encontramos una pintura colgada en las paredes de todo museo.

 

30 de abril de 2026, Nodo Tajamar, Providencia, Santiago de Chile.

 

 


lunes, 11 de mayo de 2026

ENRIQUE WINTER: « AGRADEZCO PERTENECER A LA QUE QUIZÁS SEA LA ÚLTIMA GENERACIÓN QUE SE TOMÓ EL POEMA COMO ALGO DE VIDA O MUERTE»

 

Estuve releyendo el Backstage y sentí que faltaban conversaciones con algunos autores de la última «generación» que pudo creer en los «poemas» como cosa de vida o muerte. Winter lo dice bien. Y no sólo, había mucho por conversar como solemos hacerlo desde «principios de siglo» y, de seguro, queda mucha tela por cortar. Esto es sólo un avance o el recuerdo de esa otra conversación que retomamos con Enrique en cada encuentro, aquí y allá.




Yo me imagino, me ocurre a menudo, que toman alguna declaración que hice hace cinco, diez años, y termino preguntándome: ¿a propósito de qué habré dicho eso? Para que ello no te ocurra, cito. En abril del 16, en una entrevista con La Perrera (https://www.perrerarte.cl/enrique-winter-la-poesia-domesticada-no-vende-mucho-mas-que-la-salvaje/) señalas: «El escenario ha cambiado desde entonces, hasta las películas comerciales y ganadoras de los Óscar tienen complejidades narrativas y de imágenes mayores que buena parte de la poesía actual, por lo que no hay necesidad de hermetismo y menos del discurso directo propio de la publicidad». Traigo esta declaración no con el ánimo de incomodarte sino, porque, si a mí se me preguntara hoy, en el 26, mi perspectiva sobre cierto tipo de poesía —y tú lo sabes, hemos hablado sobre el tema— diría algo muy similar. Si «La poesía domesticada no vende mucho más que la salvaje», ¿cómo podríamos explicarnos que ese tipo de escritura se haya convertido en el que parece haberse «normalizado»? ¿Sientes que eso siempre fue así?

 

La poesía encuentra su cauce río abajo, lentamente entre la transparencia del agua y la opacidad de las piedras que la desvían. Podríamos hablar de lo domesticado y lo salvaje, o de otros binomios que sirvan para comunicar esta tensión que es más bien barrosa, los ímpetus están mezclados como en todas partes, pero aún más en los territorios que antes fueron colonias, puntos de encuentro violentos entre culturas diferentes.

            Me gusta recordar que Orfeo resistió la seducción de las bacantes como Ulises el canto de las sirenas: la poesía es una práctica que se quiere mirar a sí misma como insobornable. «La poesía no se vende», precisamente porque no se vende. En el momento en que pacta, pareciera dejar de ser poesía.

            Por eso y para responderte, quisiera detenerme en la dialéctica del amo y del esclavo, porque hay un pacto deseable y del que no escapan los poetas, el muy humano de querer ser reconocido por otros. Se suele creer que esto se obtiene a través de una escritura cuyo sentido es natural, obvio y según el uso general de las palabras, como el Código Civil pide que se entiendan las leyes. Pero cuando dos conciencias se encuentran, escritor y lector en este caso, ambas desean ser reconocidas. Si la poesía impone un sentido unívoco, no está reconociendo al lector. Este sí es un problema que se ha asentado en la última década, pues la mayoría de las series audiovisuales o de los mensajes de odio tampoco reconocen la conciencia del espectador y este ya no los analiza, sino que los consume.

            Respecto de las películas ganadoras de los Óscar, cada vez me impresionan más la iluminación, la edición, la fotografía, las actuaciones, ¡pero no el conflicto! Buenos contra malos de una manera pueril. No estará de más decir que esas fuerzas pugnan dentro de cada uno de nosotros y que la poesía puede escudriñar tal complejidad más allá del logro técnico de la imagen.


            La poesía domesticada y la salvaje aún venden poco en Chile o en Perú. Después de aquella entrevista, en los sonetos del ensayo Una poética por otros medios, propuse lo que tu pregunta pone en entredicho:

 

            Enchufemos el módem al poema

            errante, antes de que emerja aquí

            un mercado efectivo (como existe

            en Estados Unidos y en España)

 

            para la «poesía» que recorre

            de la A a la B sin distracciones, que

            se deja comprender como se entiende

            la narrativa comercial, sencilla

 

            y más directa que cualquier película

            taquillera, o denuncia sin imágenes

            lo que el documental hace mejor.


 

            Veía el peligro de esta normalización del poema como sentido común, a la manera de una emoción que confirma los prejuicios de quien lee. Ay, la calma que da leer a alguien que parece decir lo mismo que uno sin haberlo pensado. Pero también observo ese peligro en los demás ámbitos del entendimiento, ¿qué se le pide a un filósofo hoy sino autoayuda? ¿Al psicoanalista sino salud mental? Hay un adelgazamiento de la experiencia por la infantilización a la que la somete la tecnología. El deseo debe ser satisfecho inmediatamente por vía de la adicción. Ahí no queda espacio para el goce de la poesía, que por definición desordena el tablero. Soy optimista, sin embargo, porque el poema domesticado ahora lo produce la inteligencia artificial. Ambos operan copiando la suma de lugares comunes previos. Mientras que, con los poemas salvajes, por así llamarlos, la inteligencia artificial solo puede asombrarse y ayudar a corregirlos.


            Suena paradójico, pero mi experiencia es que, a mayor cultura lectora, mayor es el riesgo de que se propague una poesía anodina que no pide nada del lector. Poemas que hablan de la espiritualidad o de la belleza, en vez de hacerlas sentir, refugios fáciles ante «el mundanal ruïdo» en que se reproducen, aumentándolo. No generan la resistencia de la clase media educada ante la pornografía, los videojuegos o la sucesión infinita de videos caseros, porque aquellos clichés pretendidamente profundos vienen empacados en libros, que recuerdan a una práctica respetable. Yo no me opondría al respeto a la lectura, que es casi lo único que nos queda, más bien agradezco pertenecer a la que quizás sea la última generación que se tomó el poema como algo de vida o muerte. Sí intentaría recuperar el nicho para el pensamiento. En aquellos países donde nadie lee, en cambio, los diez loquitos que pensamos el lenguaje estamos a la par de otros diez que quieren sentirse acompañados y ya son suficientemente rebeldes para buscarlo en la letra también, así sea una cursilería.


            Lo otro que ha sucedido en la década que ha pasado desde aquella entrevista, y de forma única en la historia, es la propagación de las redes sociales que permiten explotar al máximo la necesidad de expresión humana, la que antes pasaba por el filtro de un editor para ser publicada como poesía confesional. Entonces, la poesía que simplifica la experiencia obtiene la atención a la que postula. Y la atención es la mayor mercancía del vértigo contemporáneo. Podría quejarme, pero me interesa más el fenómeno como una confirmación de la necesidad popular de vernos reflejados en las palabras, así sean de una canción. La juventud lee a quienes sufrieron por amor de una manera parecida y ojalá en el mismo barrio, también escucha a quienes quieren ser millonarios como ellos. Más que de la poesía, es una manifestación de la adolescencia alargada de hoy, que se moldeó en esta inmediatez. Por supuesto, aún en lo fabricado para el mercado se puede argumentar sobre la calidad. Sobran los ejemplos de referentes valiosos que han sido populares en el arte, en la música o en la literatura.

            Hemos vivido así una época extraña dentro de la relación ambivalente de la poesía con lo popular, Maurizio. Aunque nos separan diecisiete años de edad, creo que ambos crecimos con una poesía latinoamericana que por un lado debía burlar las censuras de las dictaduras, ya fuera minimizándose en el hermetismo o en el objetivismo, o eludiendo el sentido por exceso, en los distintos barrocos. Pero, por otro lado, existía una poesía de fácil entendimiento que se pensaba como resistencia a la violencia estatal. La urgencia del mensaje fue menor durante las delicadas democracias que la siguieron y se pudo reparar nuevamente en las formas. A eso me refería en la entrevista de La Perrera. Sabemos que las palabras no son solo signos con significado, y en la poesía expresan sobre todo ese movimiento de río del que te hablaba al comienzo, del cuerpo, de los afectos y de los sonidos.

            Por último, y quizás sea lo más importante, en los años que han pasado entre aquella entrevista y esta se han vuelto más visibles de lo que señalaba entonces una suma de identidades históricamente postergadas, desde los pueblos originarios a las minorías de género. También una poesía seca, a caballo entre el tratado de botánica o geografía. Ni qué decir otra poesía interesante que, a mi juicio, reproduce el desplazamiento vertical de los contenidos de las redes sociales, ofreciendo una imagen discontinua por verso. O un nuevo formalismo que invita rítmicamente al inconsciente. Todas estas tendencias arrastran sus propias maneras de decir, salvajes aun cuando puedan parecer domesticadas en un primer vistazo a su literalidad. Son, sin embargo, fuerzas rupturistas en el orden estructurado en que también puede caer la poesía o su socialización. Sus formas afectan de manera más honda y duradera, espero, que las papillas para bebés apelando a lectores que ya no saben que hubieran preferido masticar.

            En fin, dudo que ese destinatario se quede mucho más en el libro. Veo la misma crisis en la novela y hasta en la industria del cine. Retroceden todos hacia el nicho específico. No es el caso de la poesía, curiosamente, porque ya estaba hace rato en su propio nicho, adonde peregrinaban solo los esclavos que se habían liberado para gozar de los sentidos y de experiencias transformadoras, por pequeñas que fueran, o justamente porque son pequeñas. Como decía Kurt Vonnegut, «Escribe para complacer únicamente a una persona. Si abres la ventana para hacerle el amor al mundo, por así decir, a tu cuento le dará una neumonía».



R
ecientemente, a propósito de la obtención del premio Anna Seghers, dijiste: «La literatura es el mejor espacio para ponerse en el lugar del otro». Me parece interesante encontrar esto. Justo comentaba con Diego L. García una idea de Eduardo Milán que suscribo. Creo —decía Eduardo y ya ha pasado también casi una década de cuando lo dijo— «que nadie escribe sobre nadie porque a nadie le importa lo que el otro escribe».


Imagino que podría asaltarte la tentación de responderme diciendo: «si a nadie le importa lo que el otro escribe, ¿cómo podríamos explicarnos la razón de ser de este libro?». Pero, por las vidas que hemos compartido a través del tiempo, sé también que entiendes el sentido.

Me gustaría empezar por ahí, con la idea del otro —también el del hijo y de la experiencia migratoria— por la situación que hoy vives en Alemania —aquí recuerdo bien incluso el día que tomaste la decisión de partir—, sin hablar una palabra del idioma local. ¿Cuánto creció el mundo desde que, por así decirlo, «volviste a tus orígenes»?

 

Eduardo acierta respecto de quien escribe, pero yo respondí pensando en quien lee. Vivimos una época muy particular, en que país por país se van enfrentando mitades de la población que parecen irreconciliables, alimentadas por contenidos que las confirman en sus cosmovisiones y las enojan con quienes no las comparten. Ante el nivel de fanatismo agresivo que domina el espacio social, siento que la literatura puede al fin ser útil. Siempre invita a pensar como otro, incluso cuando estamos de acuerdo de antemano, porque en la literatura no está en juego tanto el contenido como la forma del pensamiento.


            Qué placer y que inquietud acompañar maneras que desafían las propias. Tomemos, por ejemplo, la declaración de Eduardo. No dice «no importa lo que el otro escribe», dice «a nadie le importa», dándole una entidad y una agencia a aquel que rechaza la escritura del otro. Tampoco dice que no se escriba, sino que «nadie escribe». Efectivamente:

 

            ¡Soy Nadie! ¿Quién eres tú?

            ¿Eres — Nadie — También tú?

            ¡Entonces ya somos dos!

            ¡No lo digas! — sabes — ¡nos desterrarían!

 

            ¡Qué deprimente — ser — Alguien!

            Qué común — como una Rana —

            repetir el nombre propio —

            todo el santo junio —

            ¡a un Pantano que te admira!

 


concluyó Emily Dickinson en las palabras en que la tradujimos. Esta falta de importancia de la poesía sigue siendo liberadora. Como lo es el feminismo para los hombres que ya no están obligados a ser los únicos proveedores. Además, es una fuente de rebeldía, ¿no? Un fragmento de uno de mis poemas inéditos quizás recorra un camino paralelo:


 

            y no rendirle

            cuentas a nadie es la razón

            para escribirlas.


 

            Estas nociones revelan la asimetría histórica de la poesía entre lo mucho que nos importa a quienes la cultivamos y lo poco que pareciera importarle al mundo. La experiencia del migrante radicaliza esta sensación, sobre todo si implica otra lengua que no se domina. Ahí nada de lo que uno diga importa ya, se vuelve de veras ininteligible. Los demás se expresan en un ruido blanco y deja de estar disponible el relato que constituye quien uno cree que es. La identidad es un camino, sí, pero sobre todo un cuento, y es demoledor dejar de ser quien se creía. Es la consecuencia de dejar de pertenecer a una sociedad, desde sus núcleos más pequeños a los de los colegas, el país o la lengua. Mi caso tiene la complejidad adicional de que se suponía que yo volvía a mis orígenes, como bien dices, ¿pero cómo se vuelve a un lugar donde nunca se estuvo?



            Cuando tu oficio es cualquier otro que el lenguaje, me imagino que se puede pensar en este de manera funcional y tarde o temprano se aprende. En mi caso, se ha encarnado dudar de todo, incluso ahora que sé alemán; creía que era inteligente y solo era elocuente. ¿No es la elocuencia el campo de la poesía? Ahora me doy cuenta que los días completos en museos de pueblos perdidos de este país, que es un bosque, así como los conciertos luego de conciertos buscaban en esos lenguajes, pictórico y musical, la comprensión y acogida que las palabras no podían darme. Algo se desnaturalizó entre la cabeza y la boca, la boca y la mano. Ahora incluso en castellano se me interpone la función sintáctica de la palabra. Esto no puede sino ser bueno para la poesía, me digo, pero no así para la persona en su entorno: cualquier conclusión a la que llego me parece sostenida sobre una cuerda floja.


            Quizás no sea más que el postergado arribo de la adultez; debería haberme pasado hace rato, pero ya no puede postergarse más cuando «el mundo es ancho y ajeno» y, sobre todo, indiferente. Damos por sentada la presencia de una comunidad hasta que ya no está ahí, pese a que he ahondado la relación con los escritores amigos repartidos por el mundo. Como si a ellos me hubiera acercado, que es lo que sucede respecto de cualquier cosa cuando se sale de Chile. La causa de mi desarraigo da cuenta de cómo el lenguaje no basta, entonces me he puesto a pensar en cómo puede escribirse una literatura en que los efectos antecedan a las causas. Me refiero menos a una trama en reversa como la de Martin Amis en Time's Arrow que a una poesía de celebración, una que asume el presente como causa de haber sobrevivido.


            En un contexto en el que cada palabra es el otro, en que lo propio también se vuelve otro hasta desaparecer, la corroboración del hijo es brutal. Es y no es uno, aparte del motivo para estar acá. El efecto soy yo, que aprendo de él. Está empezando a leer y tiemblo porque se acaba su relación exclusivamente oral con las palabras, esa música que le permitía corregirme la pronunciación sin que mediara la semejanza de las letras. En Chile llamamos «transmitir» a cuando los niños hablan por hablar. Es una delicia escuchar ese ejercicio poético que sucede en paralelo al juego que llevan a cabo sus manos. La asociación libre de sonidos e ideas sin pensar en el otro al que no le importan, ¡porque al niño no le importa el qué dirán! No seré el primero ni el último en vincular niñez y poesía. Acompañar su pensamiento es recordar el propio. El parecido es insoportable y, sin embargo, se soporta con rimas y juegos de palabras, con la levedad de lo que inventamos.


            Mi cotidiano sucede en tres idiomas que se contaminan entre sí, con la poesía como resistencia de cierta cadencia, como traducción del impacto. El mundo creció y yo me achiqué.



 

En las vidas en las que nos conocimos —me gusta la frase, da incluso para ser el título de una producción de Netflix—, siempre tuve la impresión de que tú abordas las exigencias que puede traer consigo un texto con la misma impresión que tendría el Hombre de las Cuevas de Altamira si oyera a nuestros contemporáneos hablar de «géneros literarios». Desde tu experiencia, ¿la exigencia de un género nos «subordina a un estilo»?, ¿cómo así?

 

Creo que el material dicta su forma, el problema es que lo hace susurrando y uno suele hablar más fuerte de lo que debería. Hay algún momento en la escritura en que se impone el silencio y el poema empieza a abrir su cauce hacia lo que quería decir, ¡sin perjuicio del autor! Recuérdame decirlo en la serie de Netflix que tenderá a resaltarnos como protagonistas, porque no sabrán cómo enfocar al lenguaje. Quizás sí al que habla por nosotros en los lugares comunes, pero no al que aparece una vez que contuvimos lo que ya estaba dicho mil veces.


            Josefina Ludmer escribió sobre la pérdida de autonomía del género literario en esta época. Como en Alemania sí existe un mercado lector, tienen que poner «Roman», novela, en la portada, para el mestizaje de formas a las que estamos acostumbrados. Tus libros, Maurizio, tienen escenas, personajes, trama. Son tan novelas como poesía experimental, por oposición al género como categoría comercial que determina un escaparate. Solo esa categoría lo subordina a un estilo, que es más bien su falta, el del relato que informa el tema sobre el cual la gente tendría una curiosidad momentánea.


            Valoro y cultivo toda clase de híbridos poéticos, pero a la vez creo en las reglas. Cuando constriñes un flujo, ya sea temática o formalmente —con el metro, por ejemplo—, ayudas a que una libertad prerracional se entrometa. Empiezas a perder el control, que es uno de los placeres que más le agradezco a la poesía. El poema era tuyo, pero ahora manda, como el hijo. También con él se pone mejor la cosa cuando le saca la vuelta a las reglas, desde dentro de ellas.

            Tu ejemplo me hace pensar en el desafío para Werner Herzog ante el centenar de pinturas hechas hace treinta mil años en las cuevas de Chauvet. ¿Cómo se canaliza esa historia? Él opta por comentar lo que los expertos van respondiendo y se permite largas tomas por los dibujos para que nosotros mismos nos vayamos emocionando. Más que en géneros yo creo en ciertas pulsiones entre contar y cantar. El ritmo tiene sus razones y estoy más satisfecho con las ideas que se me ocurrieron al pasar a verso Una poética por otros medios que con aquellas que tenía de antemano y provocaron el ensayo.


            «Muchas veces he pensado que la diferencia tal vez no sea de grado, sino de orden», escribió tu compatriota Eduardo Chirinos. «La prosa empieza siempre con alguna idea, a esa idea le siguen palabras, y a esas palabras —si tienen suerte— una música. La poesía, en cambio, empieza con una música, a esa música le siguen palabras, y a esas palabras una idea. Para algunos la idea es opcional». A mí me gustaría considerarme entre ellos. Creo que es una garantía, de doble filo, por cierto, haber escrito desde muy joven lo que me afectaba. Cargaba libretas llenas de notas que no iban a ninguna parte y que de allá volvían, como Rascacielos recorriendo en las voces de otros, justamente, lo que el previo Atar las naves denunciaba como un encierro en la música de una sola ciudad. Hay momentos en Rascacielos tanto más narrativos que en mi novela Las bolsas de basura, que es primero una respuesta a un poema de Marcela Parra y cuyo material de perros atropellados llamó al detalle con que lo relataría un taxidermista.

 

Hablar contigo del Otro va más allá de la circunstancia alemana. Yo agregaría «del Otro y su tradición». Tu caso es particular: en el 22 publicaste junto a Kozer el libro Variaciones de un día (Provincianos Editores), amén de ello has traducido a Bernstein considerando la amistad que se puso, y se pone, en juego, y hay más ejemplos de cómo pudiste vivir la experiencia de la alteridad —pero me da pereza inventariarlos. A lo que voy, Enrique, ¿el presente es otra galaxia con respecto a la tradición que representaban los autores con los que has «trabajado»? ¿Crees que las poéticas de antaño han perdido su vigencia? Si no fuera así —retomando el asunto de las poéticas domesticadas— ¿cómo nos explicamos su apogeo?

 

Como la música que antecede a la idea, tanto con Charles como con José fueron primero sus poemas que la amistad. A Kozer lo publicamos en Ediciones del Temple el 2007, la iniciativa fue de David Bustos. Yo recién me había mudado a Valparaíso, tenía veinticuatro años y no volví a verlo hasta el 2012, en una clase que él dio en Nueva York. Le hice una pregunta y me reconoció: «tú eres el chico de la editorial chilena, aún me deben cincuenta dólares». Espero que no sienta que el libro en conjunto generó una nueva deuda, porque surgió generosamente de su parte. Le comenté en broma que el embarazo me tenía como él, escribiendo poemas a diario, luego de años concentrado en la prosa investigativa de Sobre nosotros callaremos. Me pidió que se los fuera enviando y la mezcla con los suyos constituyó el antídoto para la pandemia, tanto en él que miraba su vida hacia atrás como en la de mi hijo que empezaba a vivirla. Llegué a describir el parto mientras buscaba el formato horizontal de mis poemas, especie de glosa para la verticalidad que ya había encontrado José, reescribiendo su obra desde allí.

            A veces recuerdo el proceso de traducción de Bernstein con incredulidad. Fueron solo dos quincenas del verano de 2013 en que me apropié de todos sus procedimientos, tratando de ser él en castellano. Cada tanto vuelve a suceder en mis talleres: una pregunta tras otra encuentra en sus citas la respuesta. Asumo que antes, cuando estaba trabajando en sus obras, lo que me brindaba era las preguntas. Es el caso de Aria Aber, que cotraduje con Catalina Ponce. Una poeta de ascendencia afgana, criada en Alemania y que escribe en Estados Unidos, tanto más parecida a quienes hoy me rodean en Colonia. Se acaba de ir a imprenta mi traducción de Lorine Niedecker, una objetivista de lo rural, un poco como lo que hizo con la vanguardia Vallejo, guardando las proporciones. La llevan a su entorno y la devuelven transfigurada.

            Efectivamente el presente me parece otra galaxia. Creo que la idea misma de tradición, como un devenir, se ha reducido a la pura actualidad. El aleph borgiano está aquí y toca escarbar entre los gestos de estos poetas la tierra que pueda dar algún fruto. Lo interesante es que ni el recuerdo ni el olvido son permanentes, cada tanto se dan las condiciones de legibilidad y después vuelven a perderse. Sofocles lo tenía claro:

 

            El tiempo continuo y sin medida

            saca a la luz las cosas ocultas y luego las encripta.

 

            Estos poetas ya se planteaban desde una ruptura con la tradición, la que a fuerza de repetirse genera su propia tradición de rupturas. No es un juego de palabras, sino la manera más efectiva de que la tradición mantenga su nivel, como argumentaba Clement Greenberg para el arte abstracto. Todo lo hecho alguna vez está disponible ahora, que la poesía se topa con callejones sin salida y se devuelve para intentarlo en el siguiente sin deshacerse de nada en su mochila, una mochila que imagino cada vez más liviana a medida que se carga de obras. Esa espontaneidad que llega luego de mucho trabajo.

            Lo que más observo son poéticas que en su momento de publicación no fueron del todo descifradas y que luego la época se encarga de adaptarse a ellas. Las sílabas sueltas de Soledad Fariña para que hablara el paisaje, las anécdotas de Rosabetty Muñoz para que lo hiciera el territorio. Desde orígenes más líricos o teóricos, Blanca Varela y Tamara Kamenszain respectivamente, llegaron a un pulimiento en que las cosas ya no intentaban más que ser ellas mismas en el poema. Qué me dices del lenguaje científico de Carlos Cociña, tanto más elocuente hoy que en los ochenta. Está lleno de estas reverberaciones.


            Derek Walcott, a quien no le domesticaron ni un pelo, solía reclamar su derecho antillano a escribir cantos épicos aunque en París estuvieran convencidos del posestructuralismo. Qué tengo que ver yo con eso, pareciera decir, y sirve para pensar la contemporaneidad, en que hay un apogeo de puntos de vista históricamente menos disponibles. Incluso el de la enamorada adolescente, por pensar en éxitos de ventas. Eso produce un desequilibrio interesante, porque lo domesticado en términos del lugar común del lenguaje, viene a influenciar las formas de la poesía tal como la inteligencia artificial, el algoritmo o el sinnúmero de nuevas fuentes informativas para el poema. Las estructuras de la narrativa de terror o de ciencia ficción se me aparecen ahora por todas partes. De estos engendros siempre surge algún detalle interesante, aunque no lo busquen conscientemente.


            Me gusta considerar que estos otros que mencionas entre quienes he traducido son en realidad mis maestros, a la manera medieval de entrar en sus talleres a desarrollar un oficio. Gracias por traerlos a esta conversación, porque el desarraigo me ha hecho pensar que no me arrimé a ningún árbol cuando debía, lo que me habría permitido pertenecer de la forma en que te respondía antes. Pero también hablaba de que Alemania es puro bosque. Tuve un par de maestros más en la poesía, con los talleres de Soledad Fariña a los dieciséis años y Floridor Pérez a los dieciocho, y en la narrativa con Sergio Chejfec a los treinta.

 

Siendo así —imagino que dirás que no, que no han perdido vigencia— ¿cómo rescatar aquello que en sí resultó indomesticable?

 

Lo que se rescata inevitablemente se domestica un poco. Si puedo enseñarlo, es porque ya tengo cómo interpretarlo en su circunstancia. Es como la pintura que entró al museo, pese a todo el placer de verla expuesta. Por más ayuda que reciba, al final el arte se salva solo, como los migrantes.

            ¿Qué es entonces lo que no se ha podido domesticar? ¡La poesía misma! Los maestros que te he nombrado, tú... y quizás yo, ahora que lo pienso, junto con quien haya leído esta entrevista hasta el final.