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miércoles, 3 de junio de 2026

HÁBITO PRENDE FORMA

 

Ya podemos anunciarlo. En marzo del próximo año, gracias a la perseverancia, la lectura fina y el infatigable trabajo editorial de la doctora Silvina Palumbo, Hábito aparecerá en una connotada editorial romana. Un libro que ha ido tomando forma en tránsito, entre una serie de desplazamientos y decisiones de escritura que procuraron sostener una intensidad de lectura y de mundo. No se trata de una recopilación ni de una obra concluida en sentido clásico, sino de un cuerpo textual que insiste, que se recompone, y que encuentra en este gesto editorial su punto de fijación provisional.

Aquí un adelanto.


OBITUARIO IN TERZA PERSONA (ANTICIPAZIONE)

Il passato che ci gira attorno è più buio
del futuro spinto su per una rampa,
tirata insieme con assi sopra ogni istante
trascorso, per levarci di torno
ciò che per un po’ fu vita.

La storia non ebbe tempo d’essere giusta.

Maurizio Medo è morto. L’ho ammazzato in terza
persona, sciolto dall’errata rifilata
da certi insigni umanisti castigliani.
Senza nessuno che mi dia contro,
né chi rompa il cazzo per difenderlo.
Né invidiato né invidioso, nell’anno XXIV
di questo secolo postumano
«senza realtà» [nella Realtà].

Che adesso la sua assenza sia un motivo.
Proviamo un racconto asimmetrico, in cui
i ricordi riappaiano tradotti
con l’aura di quella qualità
che interpreta gli eventi come un guasto
nell’algoritmo che il Destino s’era montato,
finché la vita, con la sua storia bastarda,
anche quando si assottiglia, torni a farsi
un evento inatteso.

I mille — e uno — tentativi falliti
per comporre l’obituario mostrarono che,
nelle sue diverse versioni, le azioni di Medo
qualcosa significarono. Anche per me.

Nel secolo XX noi antichi chiamavamo così
ciò che, per qualcuno, in qualche momento,
pareva rivelare un «senso etico», perfino
contro le norme teologali tirate su
per celebrare una domenica bisestile,
secondo ciò che una volta credemmo vero.

Io voglio solo il presente.

Consegnamelo con l’urgenza d’una premonizione
per cui saresti pronta a morire accanto a me.
Nel secolo XX lo chiamavamo «promessa».

Non sto evocando parole venute a caso, prese
da una strofa d’antica pavana in un saggio
paleografico; tengo appena quelle che sanno
rimettere il mondo in movimento,
senza un Bitcoin — o con una chiamata
all’inferno.

Medo non fu qualcuno col lustro
che potrebbe evocare il monumento
su cui cagano i cormorani in volo
sopra il Parco Raimondi.

La fama è il sole dei morti. Fa il suo mestiere.
Non significa: abbaglia, traendo lume
da sentimenti sì intimi che l’infinito
si disvela qual ritornello che il fanciullo smarrito
va cantando in cerca della via di casa,
solo dinanzi al buio.

Forse per questo non riesco a chiudere
il testo finale, dietro al passo storto
d’una sequenza sinecdotica. Non è
per mancanza d’un gentilizio, bensì
per l’oscenità che s’annida nella favola
d’un treno zingaro, sporco e malmesso — quella
che non vorremmo leggere, eppure
per cui faremmo di tutto pur d’udire
qualcosa di nuovo. No, Medo non tornerà.

Il futuro avrebbe dovuto cominciare
già da un pezzo.

Allora nessuno dei nostri poeti lo sapeva:

i più giovani armeggiavano nel rito, gettando
i rami d’achillea, nella speranza
d’un esagramma propizio.

La scienza spiega quest’eccesso di profezie
come risposta al timore che suscita
l’esito di ciò che ancora ci sfugge. Dei timori
non si fa ideologia — mica cazzi. La fama
è roba per pochi e arriva sempre troppo tardi,
quando anche le attese si spensero pian piano.

Forse fu nell’ora in cui le dimenticammo,
senza sapere se mai s’avverarono
o se furono appena germogli d’ansia.

 

 

L’assenza del futuro

Il ricordo accelerò sempre più il passo,
senza darci tempo per mettere a posto dettagli
né per immaginare davvero la scena del decorso
che nessuno aveva previsto.

Tutti facevamo parte dello sfondo, in qualche modo.

A volte solo un lieve lamento
si è dimenticato quasi subito della sua origine.
Altre volte un sospiro così profondo
che il vento non sapeva se andare avanti
o restare fermo come una musica
ripetuta per secoli,
dove gli antichi eroi ancora brillano,
senza una storia che li regga davvero.

Una specie di costellazione di presenze
tenuta insieme da una grazia rituale, così, appena.

Ciò che si ricorda è ciò che non c’è.
La scrittura, in fondo, legittima l’oblio.
Forse sarebbe meglio non scrivere proprio.

Tre palestinesi si sono nascosti
dietro un vecchio materasso, così, senza altro.

Forse la storia ha devastato le parole,
e quello che abbiamo sono solo resti, pezzi.

Il poema mostra qualcosa di ciò che si sarebbe potuto dire.
È un fine in sé, e basta.

Le cose forse funzionano così
quando l’attenzione si distrae un momento
in un presente dove nessun sogno compare
se non proprio l’assenza del futuro.

Non ti colpisce che la poesia
suoni come un imperfetto del passato?

C’è qualcosa di reale che sembra dirlo, sì:
il fantasma dell’averlo confessato,
mentre la storia va avanti un po’ allo sbando,
con la velocità di branchi di lupi
che inseguono i cervi senza troppa precisione.

E allora dirai: cosa sto facendo a dettare
lunghe sessioni di scrittura creativa,
invece di sistemare i miei chakra
in qualche programma di salute alternativa,
prima che arrivino disturbi depressivi
nel reggere questa richiesta un po’ isterica
ossessionata dallo scrivere.

L’ho detto chiaramente: non posso.
La poesia serve a perdersi dentro di sé.

Senza pensare che poi qualcuno
voleva usare quei testi per il curriculum.

Bisognerebbe ascoltare meglio le pietre, forse.

Vuoi politicizzare adesso l’allegoria?
Può anche darsi che sia un processo falso,
ma più vero di pensarlo
come una forma chiusa di poema
da cui esercitare un diritto alla protesta.

Da quel punto lì non si trova uno spazio comune,
per una piccola differenza di tempo.

Bisognerebbe cercare un’altra forma
di stare fuori, di alienarsi.

La mistica, per esempio, dice una cosa semplice:
la dignità del presente,
senza sacrificare la vita futura.

Non come speranza, non come minidramma
con aria di tragedia nazionale.

Nei film l’alba
ci dice sempre che andrà tutto bene.

Oggi però non significa quasi più niente.

Il domani cambia il senso delle cose.

Quando guardi indietro, il passato c’è sempre.
Non è ancora sparito del tutto.

Ti parla con margini che cadono
in orridi di segni e asterischi.

Cosa si fa con niente altro, per una vita
fuori dalla dimensione dell’io?

La giustizia sta da un’altra parte.
Qui ci sono solo leggi.

Se riesci a sopportarlo, bene così:
sei ancora contemporaneo.

 

 

Il futuro non sta attento

Dicono che, nella città, salvo per
quel debole furore dell’orgoglio civico,
la spirale dei prezzi e poche parole che contano,
dopo il Big Bang, l’universo non fu poi così complicato.

Non accadde niente di interessante, proprio niente,
in tredici miliardi di anni che non finiscono mai.

Ciò che esiste sta in piedi su vuoti,
su assenze che fanno finta di dire qualcosa,
per rendere possibile una specie di speranza, così.

—Sarebbe necessario ricostruire i luoghi turistici
y volverlos más sostenibles— mi interrompono, sempre.

La vicina esce in camicia da notte senza pensarci troppo,
stende i calzoncini del marito sul filo, con calma,
come chi porta una reliquia che non serve più a niente
dell’anno 12 che ormai non promette più nulla.

Mi guarda con una certa ostilità trattenuta.
Io le restituisco il gesto, uguale, un po’ sporco anche lui,
mentre penso a quali fiori possano ancora uscire
da questo limite assurdo dell’irrigazione.

C’è una gardenia cresciuta così, all’improvviso,
senza che nessuno la chiamasse davvero.

Credevamo venisse fuori un ramo morbido, quasi docile,
ma ci è mancato il fiume, il suo passaggio vero,
e anche l’arte antica di tenere insieme le greggi
su un terreno che ora è solo attraversato dai droni.

Devono essere stati uccelli, o qualcosa del genere.

Un drone fa 75 decibel dentro le nostre giornate,
entra senza chiedere permesso nelle vite segrete.
Intanto l’erba cresce lo stesso, ma sempre in salita.

Dall’altra parte della strada un vecchio atleta cammina,
dopo essersi ritirato anche dal suo stesso corpo.

Pensa che non accadrà più niente, forse,
salvo quel segnale minimo dell’estrema unzione.

Si dimentica scarpe strane, una nota a piè di pagina,
una leggenda dove lui e la vicina quasi si toccano,
senza mai capire bene come si evita la vergogna
quando una storia diventa già qualcos’altro.

Il pettegolezzo non si conferma mai davvero.

Le notizie sono più fugaci di noi, lo sai,
Snowden, i venti di equinozio, Q.1.1, le Kardashian,
tutto dentro un’altra telenovela che non finisce.

Su internet funziona sempre allo stesso modo:
i dati durano pochissimo, poi spariscono subito,
schiacciati da una marea di altre cose che arrivano,
in cui tutto sembra possibile e il futuro si cancella piano.

Non si riesce neanche a verificare quell’idea
che girava attorno alla zucca, che non era un fiume,
mentre si accendeva il tagliaerba, così, senza senso,
e si pensava a un pantoum, rubato ai francesi.

L’idea poi si perde, non torna più davvero.
Forse era troppo, forse era fuori posto,
come gli alberi o gli edifici che stanno lì e basta.

La mitología se acerca más a lo que sto pensando,
lo direi anche davanti a una Camera Gesell, senza emozione,
lontano da mindfulness, feng shui, terapie familiari,
e da una città che ormai non ricordo quasi più.

Pensavo a questo quando i cani hanno cominciato ad abbaiare.

Io sono un uomo che irriga, non come Ámpelo,
anzi peggio di chiunque altro, così, senza gloria,
tra ore di dettatura e altre cose già programmate,
prima che il tempo, con il suo metabolismo strano,
mi obblighi a cambiare ancora velocità.

—Dall’anonimato medievale i testi non erano beni, erano azioni.
Poi ho dovuto dire che la scrittura mette confini
ma poi li attraversa sempre, senza chiedere.
È una forma che, come in certi racconti di fantascienza,
cambia significato mentre la stai guardando.

È uno sfasamento continuo, in un presente che non è di tutti.

Tra gli indigeni chuukesi rubare è permesso, è potere.
Lo scritto resta senza parole dopo aver perso tutto,
e registra quella perdita come fosse un’altra realtà,
non come merce, non come attrazione da nicchia.

Forse succede durante una colazione qualsiasi,
quando le notizie della Terra ti fanno capire
che non ci sarà nessun altro pianeta dopo questo.

Ora che l’homo sapiens è solo un algoritmo stanco,
dovrei guardare la gardenia invece di tutto il resto,
non quelli che appaiono in aula come pubblicità vivente,
con la vita già espropriata dalle reti che non guardano.

Per questo mi è impossibile dire davvero ciò che scrivo
senza un doppio che mi tenga le parti pericolose,
quelle che arrivano da dentro e nessuno vuole chiamare Io.

—Che diciamo al Dio della morte?
—Oggi no.

Chi parla, alla fine, in questo passaggio fragile?

La gardenia è solo un arbusto sotto la pioggia,
in un giardino che non esisterà mai la prossima primavera.

La pedicure si immagina maestra di astronauti futuri,
il vicino con la kufiya al FanFest, così, senza ruolo,
e lei che tenta di salvare un amore in una stanza sporca.

Nessuno riesce davvero ad ascoltare niente.

Fuori tutto è business di immagini senza peso,
turisti, Artemis, NFT, forme nuove del vuoto.

Il futuro non sta attento, proprio no.

Cuando Clyde Barrow cantò Siboney in prigione,
Bonnie Parker disse che sarebbero caduti insieme.

—Io sono Nessuno—grida Ulisse dentro il suo rumore,
e le sirene restano solo un canto senza corpo.




mindfulness (contra la muerte)

 

TERAPIA 1:


OBITUARIO EN TERCERA PERSONA (ANTICIPACIÓN)

 

El pasado que nos rodea es más oscuro
que el futuro impelido en una rampa
improvisada con tablones sobre cada
momento transcurrido hasta librarnos
de todo lo que alguna vez fue.


La historia no tuvo tiempo para ser justa.


Maurizio Medo ha muerto. Lo maté en tercera
persona, libre de la errata facturada por insignes
humanistas castellanos. Sin nadie que abogue
por él dándome la contra. Ni envidiado ni envidioso
en el año XXIV de este siglo posthumano
«sin realidad» [en la Realidad]

Que su ausencia ahora sea un motivo.
Ensayemos un relato asimétrico en
el que los recuerdos reaparezcan
traducidos con el aura de esa cualidad
que interpreta los eventos como una
alteración del algoritmo que el Destino
había programado hasta que la vida,
con su narrativa apasionante,
aun cuando mengüe, vuelva a convertirse
en un evento inesperado.

 

Los mil (y un) intentos fallidos para la composición
del obituario revelaron que, en sus diversas versiones,
las acciones de Medo significaron. También para mí.

En el siglo XX los antiguos nos referíamos a ello como
algo que, para alguien, en algún momento, revelaba
un «sentido ético», aun en contra de las normas
teologales establecidas para la celebración
de un domingo bisiesto en función
de lo que una vez creímos verdadero.

Yo solo quiero el presente.

 

Entrégamelo con la emergencia de una premonición
por la que estarías dispuesta a morir al lado mío.
En el siglo XX lo llamábamos «promesa».

No estoy evocando palabras aleatorias de la estrofa
de una antigua pavana en un ensayo paleográfico,
rescato solo las que son capaces de poner al mundo
en movimiento sin un Bitcoin o con una llamada
al infierno.


Medo no fue alguien con el lustre que podría
evocar el monumento sobre el que cagan
las gaviotas que sobrevuelan el Parque Raimondi.

La fama es el sol de los muertos. Es un efecto.
No significa, encandila inspirándose en sentimientos
tan íntimos que lo infinito se revela
como el estribillo que el niño perdido canta
buscando el camino a casa,
solo ante la oscuridad.

Tal vez por ello no consigo cerrar el texto final
manteniendo la lógica exigida en una secuencia
sinecdótica. No es por la falta de un gentilicio,
sí por la obscenidad que se esconde en la fábula
de un sucio tren de gitanos, ésa que no queremos leer,
pero por la que haríamos cualquier cosa con tal oír
y enterarnos de algo nuevo. No, Medo no volverá.


El futuro tendría que haber comenzado hace mucho tiempo.

Entonces ninguno de nuestros poetas lo sabía:

los más jóvenes rituaban lanzando las varillas de aquilea
con la idea de obtener un hexagrama promisorio.

La ciencia explica este exceso de profecías como
una respuesta ante el temor que suscita el desenlace
de lo que se ignora. No se puede hacer de los miedos
una ideología. La fama sólo es para unos cuántos y llega
mucho después que se apagaron nuestras expectativas.

 

Quizá cuando las olvidamos sin saber
si alguna vez se cumplieron
o fueron brotes de ansiedad.




DESPUÉS DEL FUTURO


El recuerdo aceleró cada vez más el paso
sin dejarnos tiempo para disponer detalles
ni sugerir la escena del decorado
que nadie imaginó.

Todos formábamos parte del fondo.

A veces sólo un leve lamento
prefirió olvidar su origen primero.
Otras veces un suspiro tan hondo
que el viento dudó si debía seguir
o aparecer apenas como una melodía

repetida durante varios siglos,
en la que los héroes antiguos aún fulgen
sin historia que los sostenga,
constelación de presencias
modulada por cierta gracia ritual.

Lo que se recuerda es lo que no está.
La escritura legitima el olvido.
Será mejor entonces no escribir.

Tres palestinos se ocultaron
detrás de un viejo colchón.

Quizá las fuerzas de la historia devastaron palabras;
lo que tenemos hoy son apenas sus restos.

El poema muestra algo de lo que pudo decirse.
Es un fin en sí mismo.

Tal vez así devienen todas las cosas
cuando tu atención se distrae un momento
en un presente donde ningún sueño aparece
salvo la ausencia del futuro.

¿No te llama la atención que poesía
suene a pretérito imperfecto?

Hay algo real que parece confirmarlo:
el fantasma de haberlo confesado,
mientras la historia pervive al desgaire
con la velocidad de manadas de lobos
que dan caza a los cérvidos.

¿Y entonces dirás qué hago dictando
largas sesiones de escritura creativa
en lugar de alinear mis propios chakras

en programas de salud alternativa
antes de que lleguen trastornos depresivos
al resistir la demanda histérica

obsesionada con escribir,
después de advertirles claramente:

no puedo; la finalidad de un poema
es perderse en sí mismo.

Sin imaginar que ellos pensaron usar
esos textos para engrosar currículums.

Habría que escuchar mejor a las piedras.

¿Vas a politizar ahora la alegoría?

Tal vez se trate de un proceso falso,
pero más verdadero que pensarlo
bajo la forma estricta de un poema

y ejercer desde allí nuestro derecho
a la protesta.

Quiero decir que desde ese lugar
no es posible hallar espacio común
por una pequeña diferencia de tiempo.

Habría que buscar otra forma
de alienarse.

La mística, por ejemplo, afirma
la dignidad del presente
sin sacrificar la vida futura,

no como esperanza ni minidrama
vivido con ribetes de tragedia nacional.

En las películas el amanecer
nos dice que todo estará bien.

Hoy ya no significa absolutamente nada.
El mañana alterará su sentido.

Cuando miras atrás siempre está el pasado.
No se ha desvanecido todavía.

Te habla con márgenes precipitándose
en orvallos de signos y asteriscos.

¿Qué hacer con nada más para una vida
ajena a la dimensión del yo?

La justicia se encuentra en otro mundo.
En este lo que hay son leyes.

Si puedes soportarlo, qué bueno
que seas todavía contemporáneo.


FUTURO DISTRAÍDO

Dicen que, en la ciudad, salvo por
el débil furor del orgullo cívico,
la espiral inflacionaria, y unas pocas
palabras importantes, después del Big Bang,
el universo no fue muy complicado.

No ocurrió nada interesante
en 13 000 millones de años.

Lo que existe es posible sobre la base
de una serie de ausencias que evocan
lo que no ha sucedido con tal de
legitimar la esperanza.

—Habría que reconstruir los lugares turísticos
y volverlos más sostenibles—me interrumpen.

La vecina salió en camisa de dormir
a tender en el cordel los calzoncillos
del marido, después de llevarlos delicadamente,
como quien porta consigo una reliquia
del año 12 que ya no corresponde
con lo que él hoy pudo haber prometido.

Por ello me mira con cierta hostilidad.
Le devuelvo el gesto, igual de punitivo,
pero pensando en qué capullos florearan
de acuerdo con lo que dicta
el umbral de riego.

Hay una gardenia crecida al improviso.

Creímos que brotaría un molle, aunque
nos cueste admitirlo, nos faltó el cauce
de un río y faenar bien los rebaños
en el terreno que ahora sobrevuelan
los drones.

Debieron ser pájaros.

Un dron produce 75 decibeles de sonido
y accede a nuestras vidas secretas.
Mientras, la hierba crece cuesta arriba.

En la otra acera un antiguo deportista
camina después de haberse jubilado
pensando que, salvo por la señal
de extremaunción, no le ocurrirá nada.

Tal vez por ello olvidó esos extraños zapatos
de baile sobre una nota al pie de otra versión
de la leyenda, en la que se rumora que él
y la vecina tuvieron un romance, sin saber
bien cómo atenuar la deshonra
después de tal apostasía.

El rumor no pudo confirmarse.

Las noticias son más fugaces que nosotros,
no sólo las concernientes a la nueva nacionalidad
de Snowden, los vientos de equinoccio,
el sub linaje Q.1.1, las Kardashian
o aquellas del clan Baybasin,
en otra telenovela.

En la internet también funciona así.

Los datos duran unos cuantos minutos
antes de desaparecer, aplastados por
una vertiginosa marea de nuevos estímulos
en los cuales «todo es posible» pensando
en la paulatina cancelación del futuro.

Tampoco se pudo corroborar la idea
que corcovaba menguante alrededor
de la zánora, no era un río,
al momento de encender el cortacésped,
imaginando un pantoum, esa forma de verso
malayo que un día usurparon los franceses.

Aunque la idea amagara ya no la recuerdo.
Quizá fue sobrestimada, sin un lugar,
como el que ocupan los árboles
y los edificios.

La mitología se acerca más a lo que estoy pensando,
podría confesarlo incluso ante el visor
de una Cámara Gesell, sin la menor emoción,
lejos del mindfulness, el feng shui,
las terapias de familia, y también
de una ciudad que ya no recuerdo.

Pensaba en ello cuando los perros
comenzaron ladrar.

Yo soy un hombre que riega, no como
Ámpelo, peor que otro cualquiera,
en tanto cumplo con las horas de dictado
en medio de otras tareas planeadas
antes que el metabolismo del tiempo,
debido al modo en que vino aconteciendo,
me imponga otra velocidad
al enfrentar su antítesis.

—Desde el anonimato medieval los textos
no constituían bienes, eran acciones.

Debí decir, aclarando después que,
si bien la escritura plantea delimitar
fronteras, después las trasgrede.

Escritura es un tipo de expresión que,
como en ciertos relatos de ciencia ficción,
asume significados diferentes.

Es un destiempo que transcurre
en un presente que no es el de todos.
Entre los indios chuukeses robar
está permitido. Es una muestra de poder.

El de un escrito es quedarse sin palabras,
después de haberse reapropiado de todas
las que habíamos perdido, siendo capaz
de registrar esa pérdida como otra noción
de la realidad o un nuevo flujo
de conciencia, y no como el centro de atracción
en un nicho rentable, debido a la corazonada
que alguien precisa encontrar esa oferta.

Quizá durante un desayuno,
una vez que las noticias de la Tierra
le hagan comprender que
ya no tendrá otro planeta.

Ahora que el homo sapiens es un algoritmo obsoleto,
debería concentrar mi atención en atender
a la gardenia, y no a quienes aparecen en clase
como objetos de su propia publicidad,
con la experiencia expropiada para el disfrute
de las redes sociales en un auditorio
que no consigue verse a sí mismo,
por ello me resulta imposible comentar algo
sobre lo que estoy escribiendo
sin el socorro de un doble, contratado
para las escenas de peligro, especialmente
para aquellas que devienen desde una voz interior
y que nadie se atreve
a reconocer como Yo.

—¿Qué le decimos al Dios de la muerte?

—Hoy no.

¿Importa quién habla?

—La gardenia es una planta arbustiva.

Sus flores crecen en el ápice de las ramas
bajo el aroma de la lluvia en un jardín
que no existirá hasta la primavera próxima.

La pedicurista se imagina como la maestra
de futuros astronautas en un lugar
en el cual dios podría estar disponible;
el vecino con una kufiya
en la celebración del FanFest;
y ella en redimir su romance
en una mugrosa habitación ninfoléptica.

Nadie podrá ser escuchado.

Afuera el negocio tiene que ver
con el mundo onírico de un grupo
de turistas vestidos con camisas hawaianas;
equipos de póker seleccionados
para el programa Artemis;
la subasta de una foto en miles
de tokens no fungibles.

El futuro distrae, jamás advierte.

Cuando Clyde Barrow insistió en cantar
Siboney en la prisión de Eastham,
Bonnie Parker pudo decir:

un día de estos, caerán codo con codo.

—Yo soy Nadie —gritó Ulises
salvándose de ser devorado.

Las sirenas eran sólo un rumor.

No fueron otra cosa que canto.

38

 

 

 


 



miércoles, 7 de enero de 2026

MAURIZIO MEDO. NOSOTRAS QUE NOS QUEREMOS TANTO (sobre escribir juntas, sin acuerdo)

 


gregory crewdson


Al comienzo no hubo manifiesto ni escena inaugural reconocible. Hubo, más bien, una circulación irregular, casi furtiva, de voces que no parecían buscarse entre sí y que, sin embargo, empezaron a ocupar el mismo aire. No entraron juntas. No avanzaron en formación. Algunas llegaron con exceso, otras con cautela, otras con una ligereza que descolocaba, otras con una gravedad que no pedía permiso. El lenguaje, en ese momento, se volvió abigarrado, irónico, barroco por acumulación más que por programa. Una proliferación de tonos, de ritmos, de gestos que no reclamaban unidad, pero que compartían algo menos visible: la negativa a organizarse bajo un nombre común.

No se trataba todavía de un nosotras. Era otra cosa. Un murmullo espeso, una superposición de registros que se rozaban sin reconocerse, una escena sin centro, sin portavoz, sin afán de síntesis. Lo femenino no aparecía como identidad estable ni como consigna; aparecía como exceso de lenguaje, como desborde de formas, como ironía sostenida frente a cualquier intento de orden temprano. Esa irrupción no pedía lectura celebratoria. Pedía tiempo. Pedía oído. Y, sobre todo, pedía no ser organizada demasiado pronto, como esas reuniones que fracasan en cuanto alguien propone levantar un acta.

El nosotras —que durante demasiado tiempo funcionó como contraseña afectiva, como blindaje político o como abreviatura moral— empieza aquí a revelar su fragilidad teórica. No porque sea falso, sino porque no alcanza. No basta con nombrarlo para que opere. No antecede al poema. No lo autoriza. A veces ni siquiera lo acompaña. Aparece, si aparece, después: como consecuencia incierta de una serie de decisiones formales que no estaban pensadas para producir comunidad, sino para soportar una exigencia.

Eso explica por qué en ciertas escrituras el plural resulta impronunciable sin caer en impostura, mientras que en otras emerge sin ser invocado. El nosotras no es un derecho adquirido. Es un efecto raro, costoso, que solo se produce cuando el lenguaje acepta demorarse o ponerse en riesgo. Allí donde el poema se acelera hacia la representación —hacia la consigna, el emblema, la identificación—, el plural se endurece o se diluye. Allí donde el poema resiste, el plural se vuelve inestable, y en esa inestabilidad encuentra su única honestidad posible. No es un plural que convoque multitudes; convoca, a lo sumo, a lectoras con paciencia y mala fama.

Antes de que la escena comenzara a nombrarse a sí misma, antes incluso de que el nosotras adquiriera circulación crítica, la escritura de Celeste Del Carpio, desde lejor, ya había establecido una exigencia silenciosa. No una ruptura visible ni un gesto programático, sino algo más incómodo: una manera de escribir que no pedía compañía, que no reclamaba pertenencia, que avanzaba sin ofrecer la ilusión de un suelo común. Esa soledad inicial no era aislamiento; era concentración. Una forma de cortesía extrema: no pedir nada.

En Del Carpio, el poema se construye como espacio de pensamiento antes que como superficie de identificación. El lenguaje no se vuelve transparente ni expresivo; se vuelve denso, deliberadamente denso, cargado de pliegues que no se resuelven en imagen ni en consigna. La tradición no se cita ni se combate; se somete a presión. Las formas heredadas se tensan, se doblan, se vuelven inestables sin romperse. El resultado no es continuidad ni ruptura, sino persistencia transformada. El poema no quiere llegar. Quiere sostenerse. El nosotras, aquí, no existe. No como falta, sino como decisión. Una decisión que hoy resulta casi escandalosa.

Por eso volver a Del Carpio no es un gesto de autoridad fundacional, sino una necesidad crítica. Su rigor no consiste en cerrar una tradición ni en inaugurar una escuela, sino en trabajar el tiempo del poema contra la ansiedad del presente. Leerla exige demora, relectura, resistencia a la prisa del sentido. En ese ritmo largo, el plural no se proclama: se insinúa, si acaso, como efecto secundario del trabajo formal. Como un rumor que no solicita confirmación.

En Maritza Mejía, esa posibilidad se tensa hasta el límite. El poema no demora: expone. Cada frase avanza con la conciencia de su costo. No hay mediación ni amortiguación simbólica. El lenguaje acompaña hasta cierto punto y luego se retira, dejando al lector sin apoyo. Esa retirada no es vacío: es ética. El nosotras no puede sostenerse como identidad compartida; apenas queda como presencia mínima, como reconocimiento silencioso de que estar ahí —leyendo, sosteniendo— ya es bastante. No hay aplauso posible. Tampoco falta.

En María Belén Milla, el problema se desplaza. No hay impacto ni retirada brusca. Hay encantamiento. Lo real pierde borde por saturación semántica. El poema no prueba ni denuncia. Suspende. Desautoriza la evidencia. Las imágenes flotan en una lógica onírica que no evade el mundo, pero lo vuelve inutilizable como argumento. El nosotras se vuelve espectral: no desaparece, pero ya no puede fijarse. Existe como cercanía inestable, como complicidad sin forma ni promesa de duración. Algo así como una conversación que se recuerda sin estar segura de haberla tenido.

En Fabiana Caballero, ese desplazamiento adopta otra materialidad. Aquí no hay disolución, sino montaje. El poema se construye por acumulación, por sedimentación de restos, escenas mínimas, fragmentos que no reclaman jerarquía. El archivo no ordena el pasado ni lo vuelve ejemplar: lo dispone. El sentido no está dado; se produce en el recorrido, en la fricción entre materiales. El nosotras deja de ser identidad para volverse tarea: trabajo compartido de lectura, comunidad provisional sostenida por el esfuerzo, no por la pertenencia. Nadie recibe credencial; nadie la solicita.

Estas escrituras no ofrecen una síntesis de la escena. La desestabilizan. Obligan a leer sin atajos, a sostener tiempos distintos, a aceptar que el plural no puede organizarse sin pérdida. Frente a la tentación de la representatividad —el rostro, el nombre, la figura central— insisten en otra lógica: proceso, fricción, demora. No hay aquí voluntad de quedar bien en la foto.

Desde aquí se vuelve necesario decir algo más sobre el territorio. La mayoría de estas escrituras son, en un sentido preciso, postnacionalistas. No porque nieguen el lugar desde el que escriben, sino porque no esperan de ese lugar ninguna función representativa. El Perú —cuando aparece— no organiza el sentido. No opera como emblema ni como deuda. Aparece fragmentado, desplazado, a veces como archivo, a veces como ruido de fondo, a veces apenas como resto léxico. No hay voluntad de hablar por una comunidad nacional ni de producir una imagen exportable del país. La escritura no se debe a una identidad previa. La pone en suspenso. El mapa se guarda doblado en el cajón.

Esa suspensión explica la incomodidad que producen ciertos intentos de lectura representativa. Cuando se busca en estos textos una visión del país, una síntesis cultural o una voz generacional, lo que se encuentra es resistencia. No hay centro. No hay portavoz. Hay ciudades superpuestas, desplazamientos, registros incompatibles, restos históricos que no se ordenan en relato. La escritura no confirma pertenencias; las vuelve problemáticas. Y no pide disculpas por ello.

Desde ahí se comprenden las operaciones laterales, no como márgenes decorativos, sino como zonas activas del campo. Rosa Granda trabaja una poesía de pensamiento que no se apoya en la abstracción ni en la declaración. El pensamiento ocurre en la frase, en su respiración exacta, en una sintaxis que avanza con cautela y precisión. No hay solemnidad ni didactismo. Hay una atención filosófica que no busca imponer ideas, sino ponerlas a prueba en el ritmo mismo del lenguaje. La claridad no tranquiliza; incomoda. El poema piensa sin elevar la voz, lo cual hoy es casi un gesto subversivo.

Ximena López Bustamante encarna el pensamiento de otro modo: el cuerpo entra, el lenguaje reacciona. Si algo falla en esa operación, no es autoral. Es el marco editorial, el dispositivo de lectura, el formato que intenta contener una escritura que se resiste a ser acomodada. El problema no es la potencia del texto, sino la estrechez de los lugares que se le ofrecen. Como suele ocurrir.

En Ana Carolina Zegarra, la radicalidad adopta otra forma. Aquí no hay superposición, sino construcción de léxico. El poema fabrica idioma. Las palabras dejan de remitir a un afuera reconocible y empiezan a obedecer reglas internas. Leer exige aprendizaje. No reconocimiento ni empatía. El nosotras no incluye: enseña a entrar, y no garantiza permanencia. Quien se queda, se queda trabajando.

Alessandra Yuca fragmenta el afecto sin convertir la fragilidad en capital simbólico. No hay confesión ni exhibición. Hay restos, cortes, silencios sostenidos. El poema se mueve por proximidades mínimas. El plural, aquí, apenas se sostiene por cercanía. Una cercanía que no promete nada.

En Cristal Alarcón, la escritura deja de funcionar como mediación. El poema se vuelve superficie de contacto, fricción directa entre lenguaje y cuerpo. No hay metáfora que amortigüe. No hay distancia que proteja. El rigor proviene de una economía del choque. Decir lo mínimo para que la lectura no pueda apartarse. El nosotras se reduce a una coincidencia ética mínima: estar ahí sin intervenir, sin suavizar, sin apropiarse. Leer como quien no toca.

Liz Norton deja circular el mundo sin subrayarlo. Referentes extraliterarios, anglicismos, escenas cotidianas entran con naturalidad. El humor desplaza sin ironizar. Descomprime. El rigor no custodia fronteras: las usa. El idioma se ensancha sin dramatizar su expansión. En Liz Norton el idioma circula, se ensancha, se deja usar sin dramatizar su mezcla; en Julianne Angles, la lengua nunca termina de asentarse y convierte la extranjería en condición estructural del decir. Entre una lengua que ya no necesita proclamarse y otra que no ofrece suelo, el nosotras queda suspendido: no como identidad, sino como coincidencia frágil producida por el ritmo y la atención. Un díptico sin marco dorado.

Paloma Yerovi sostiene la duración del lirismo como gesto crítico. En un presente que exige impacto inmediato, su escritura apuesta por la permanencia, por la imagen que no se clausura, por la cadencia que no busca efecto. Esa paciencia no es evasión. Es resistencia. El poema se queda. Y al quedarse, vuelve visible otra temporalidad posible para la escena. Algo tan simple como quedarse ya es, hoy, bastante complejo.

En Paloma Yerovi el poema se ejercita como arte menor del viaje temporal, no hacia un pasado solemne ni hacia la infancia erigida en mito, sino hacia estratos de tiempo aún activos, superpuestos como habitaciones contiguas que el cuerpo vuelve a recorrer sin tocarlas del todo. No hay aquí nostalgia —esa pasión fácil—, sino atención demorada: tornar a la casa, al gesto doméstico, al objeto mínimo, no equivale a regresar, sino a leer de nuevo el tiempo desde otro pulso vital, desde una edad distinta de la mirada. El poema avanza, si avanza, como quien transita un sitio ya sabido y lo encuentra alterado por el sedimento de la experiencia; cada imagen porta un doblez temporal, una simultaneidad tácita que no se declara ni se resuelve. Así, la memoria rehúsa devenir relato o documento y se vuelve estancia habitable, casi bachelardiana, en la que el pasado no se clausura ni el presente impone su dictamen. El viaje, despojado de toda épica, ocurre en sordina: desplazamiento sigiloso, sostenido por la cadencia, que hace del poema una forma de permanencia móvil, un modo de estar en el tiempo sin fijarlo ni poseerlo.

Belén Altabaz observa y registra sin dramatizar. Su escritura funciona como umbral, como respiración necesaria antes de otro régimen de intensidad. No compite. Modula. Como quien baja el volumen sin apagar la música.

También se vuelven visibles los límites. En Lourdes Aparición, el signo nacional se endurece y funciona como garantía previa. Las referencias se repliegan sobre un ámbito cerrado. La resonancia crisológica se imita sin ser digerida. El poema confirma lo que ya sabe. No se pone en peligro. El lenguaje anticipa su interpretación. El plural se vuelve cómodo: o se endurece o se disuelve. Demasiado fácil en ambos sentidos.

Nombrar estos límites implica un gesto ético: reconocer lo que queda afuera. No todo puede ni debe entrar en una escena que todavía está en movimiento. La exclusión no siempre es error; a veces es decisión crítica. Frente a la presión por canonizar rápido, por fijar nombres, por estabilizar jerarquías, conviene recordar que toda canonización temprana empobrece el campo. No solo deja escrituras fuera; neutraliza la incomodidad de las que incluye. Y vuelve todo peligrosamente eficiente.

La tensión se vuelve política cuando una figura ocupa el centro con demasiada rapidez. En Valeria Román, el problema no es la escritura, sino su uso: la aceleración del reconocimiento, la síntesis prematura, la necesidad del campo de fabricar un rostro legible. El nosotras se vuelve exportable. Circula bien. Demasiado bien. Pierde fricción. Otras escrituras —más lentas, más ásperas— quedan desplazadas no por falta de rigor, sino por no adaptarse al ritmo de la visibilidad. El algoritmo sonríe. El poema, no.

Volver, entonces, a Del Carpio, Mejía, Milla, Caballero no implica cerrar jerarquías. Implica restituir el tiempo. Devolverle al poema su resistencia. Al plural, su precariedad. A la escena, su inestabilidad constitutiva.

Porque quizá no se trate de decidir quién habla por nosotras, ni de fijar un centro, ni de ordenar el campo. Quizá la pregunta —la única que vale la pena sostener— sea esta: ¿qué escrituras siguen operando cuando el nosotras deje de servir para organizar algo?

 

sábado, 13 de diciembre de 2025

MAURIZIO MEDO. MINDFULNESS (CONTRA LA MUERTE)  

 



 


louis eduard fournier

 





 

TERAPIA 1: OBITUARIO EN TERCERA PERSONA (ANTICIPACIÓN PRIMERA)

 


El pasado que nos rodea es más oscuro
que el futuro impelido en una rampa
improvisada con tablones sobre cada
momento transcurrido hasta librarnos
de todo lo que alguna vez fue.


La historia no tuvo tiempo para ser justa.


Maurizio Medo ha muerto. Lo maté en tercera
persona, libre de la errata facturada por insignes
humanistas castellanos. Sin nadie que abogue
por él dándome la contra. Ni envidiado ni envidioso
en el año XXIV de este siglo posthumano
«sin realidad» [en la Realidad]

Que su ausencia ahora sea un motivo.
Ensayemos un relato asimétrico en
el que los recuerdos reaparezcan
traducidos con el aura de esa cualidad
que interpreta los eventos como una
alteración del algoritmo que el Destino
había programado hasta que la vida,
con su narrativa apasionante,
aun cuando mengüe, vuelva a convertirse
en un evento inesperado.

 

Los mil (y un) intentos fallidos para la composición
del obituario revelaron que, en sus diversas versiones,
las acciones de Medo significaron. 

También para mí.

En el siglo XX los antiguos nos referíamos a ello como
algo que, para alguien, en algún momento, revelaba
un «sentido ético», aun en contra de las normas
teologales establecidas para la celebración
de un domingo bisiesto en función
de lo que una vez creímos verdadero.

Yo solo quiero el presente.

 

Entrégamelo con la emergencia de una premonición
por la que estarías dispuesta a morir al lado mío.
En el siglo XX lo llamábamos «promesa».

No estoy evocando palabras aleatorias de la estrofa
de una antigua pavana en un ensayo paleográfico,
rescato solo las que son capaces de poner al mundo
en movimiento sin un Bitcoin o con una llamada
al infierno.


Medo no fue alguien con el lustre que podría
evocar el monumento sobre el que cagan
las gaviotas que sobrevuelan el Parque Raimondi.

La fama es el sol de los muertos. Es un efecto.
No significa, encandila inspirándose en sentimientos
tan íntimos que lo infinito se revela
como el estribillo que el niño perdido canta
buscando el camino a casa,
solo ante la oscuridad.

Tal vez por ello no consigo cerrar el texto final
manteniendo la lógica exigida en una secuencia
sinecdótica. No es por la falta de un gentilicio,
sí por la obscenidad que se esconde en la fábula
de un sucio tren de gitanos, ésa que no queremos leer,
pero por la que haríamos cualquier cosa con tal oír
y enterarnos de algo nuevo. 


No,
Medo no volverá.


El futuro tendría que haber comenzado hace mucho tiempo.

Entonces ninguno de nuestros poetas lo sabía:

los más jóvenes rituaban lanzando las varillas de aquilea
con la idea de obtener un hexagrama promisorio.

La ciencia explica este exceso de profecías como
una respuesta ante el temor que suscita el desenlace
de lo que se ignora. No se puede hacer de los miedos
una ideología. La fama sólo es para unos cuántos y llega
mucho después que se apagaron nuestras expectativas.

 

Quizá cuando las olvidamos sin saber
si alguna vez se cumplieron
o fueron brotes de ansiedad.

 






terapia 2. obituario bostoniano

(murió al menos tres veces en el mismo día)


 

El día en el que inventé a Maurizio Medo
no fue en la vera opuesta del río. Fue en esta
misma ladera. Tuve miedo de su rostro
reflejado en el agua incitándome a
emprender juntos el viaje cuando, de
pronto, los árboles avanzaron
hacia el bosque. Y tuve miedo también
de ir hacia allá. Pero ese miedo ya había
estado aquí
haciéndose oír.


Eran los pájaros. Son una revelación.
Su vuelo nos permite creer que, alguna
vez, hubo una montaña.

 

Hoy soy un bosque que habla. También con
los fósiles en los que ese miedo pareció anunciarse
la tarde en la que Medo murió, al menos
tres veces en el mismo día. Conforme los árboles
continuaron avanzando hacia el corazón del bosque
como ciegas barcazas en medio de la oscuridad.

 

Isaías lo dijo bien:
cada hombre debe caminar
sobre su propio fuego.

No en teoría.

Como una presencia.

 

Quizá esta sea la clave de todo el arte humilde que
se expresa a través del antiguo drama de tener
que resignarse a escribir como si tratara de
la traducción de algo nuevo.

 
Más tarde leeré lo que alguien escribió cuando
nosotros jugábamos a invocar la luz de
un falso solsticio de verano en medio
de una fría primavera.

Lo sé, me estoy perdiendo en otras perspectivas.

 

El bosque está lejos.

 

Querría adoptar el pragmatismo bostoniano
de Howe en un boceto que afirme:

La tierra se ha alejado/del sol y es de noche.

Esta es una  , no del todo elegida.

Durante estos días la lluvia rumora sin
demasiado eco. No como debería tal
si se trata de representar algo que signifique
un presagio.

 

La mujer del clima recomienda quedarnos en casa.

 

«El tiempo no es un acontecimiento».

 

Se trata de un síntoma.


Nos confunde.

 

Tanto como la frase:


cuatro estaciones circulan

en torno a un año cuadrado.

 

Maggie Nelson nació en San Francisco en 1973.

Carece del pragmatismo de Howe, al menos
para referirse a los trastornos climáticos.

 

El clima nunca podrá consolarnos.

 

Lo que ocurre en la tierra no puede
escribirse en el cielo.

 

Ambos disienten.


David LaChapelle

 


 

 

TERAPIA 3: INTENTO FALLIDO

 


Prometí escribir el próximo obituario como
una suerte de renovación de la última cláusula
en mi contrato de vida. Méndez acotó que tal
acción resultaba muy performativa, y lo peor
es que insistía en mantenme con vida
por un desmesurado amor a mí mismo.

Desistimos. Sugirió que, antes de redactar obituarios,
mejor faene ubérrimo en el arte del sudoku entrenado
por un antiguo
Maestro de bonsái.